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Le ragioni di una mostra

Così scriveva nel 2016 la
prof.ssa Anna Maria Ronchin
storica dell'arte e giornalista

Pensare ad una mostra di Giovanni Tommaso Marcon dopo cinquant’anni di attività è come scegliere un percorso di rigore intellettuale, dove la linea del tempo lineare s’interseca con quella curva, dinamica del tempo esistenziale.

La gran parte delle opere uniche in esposizione sono state realizzate dal 2009 al 2016, sette anni di produzione libera da soggetti commissionati, frutto di una ricerca artistica, atta a rendere visibile l’invisibile mondo interiore, fatto di pensieri, riflessioni sentimenti. Il filo rosso che collega l’esuberante varietà iconografica di Marcon è essenzialmente la sua opinione sul mondo, la quale diventa espressione figurata dei suoi concetti astratti sull’esistenza; la sua è, dunque, una pittura simbolica di oggetti e di soggetti, che diventano la dimostrazione di un’idea, di un ricordo o di una proposizione.

Il titolo, individuato dall’artista, Tra l’inutile e il male, prende le mosse dal famoso aforisma di Wilde - Tutta l’arte è perfettamente inutile- ed è rivelatore del punto di vista con cui egli osserva la realtà, consapevole della indissolubilità dell’enigma: a che serve l’Arte?

La prof.ssa A.Maria Ronchin con Marcon (vernissage, Vicenza 2017)
caino-abele.jpg

Caino e Abele (2011)

Così parlò il poeta Giuseppe Marcon

Perchè mi guardi

Siamo fatte di una materia pastosa, densa e coprente, poco consona a definire particolari minuti ma ideale per evocare, suggerire, sottolineare,ambiguita' tracce riuscendo cosi' a strappare veli ed alzare coperchi.
Il punto di vista sempre vario, originale e spiazzante e' come una freccia che cerca il centro da dentro, da fuori, vagante ... osserva il senso di un dittico antitetico nei colori o nella forma, naturalmente contrapposto: chiaro/scuro, denso/rado, aperto/chiuso.
Nei trittici invece c'e' una maggiore narrazione, circolarita' di forme o di significato, una partenza ed un arrivo che scambiandosi si confondono.
Ebbene da questa materia, da queste sfunature leggere nascono qua e la voragini.
Sono voragini scure, improvvise e fatali, non portano da nessuna parte ma dicono "mala tempora currunt".
Non hanno una gerarchia di chi le occupa, non ci sono angeli ribelli o amalassunte consolatrici, ma solo strappi da una falsa realta', vortici di sensi, assenza di logica comune e denuncie esistenziali.
Nascono dal marcire naturale, da situazioni allucinate o da rimandi mentali.
Mute gridano a noi di non nascondersi dietro le troppe illusioni di cui e' fatta questa nostra vita quotidiana.
E' una forma del caos primigenio, prima della ragione, il fondo con cui noi e le nostre cose convivono.
E allora prendi un alito di quello che c'e' anche dentro di te e mettilo in un angolo solo...ti ricordera' chi sei quando lo userai come specchio segreto, ma dopo, spegnendo la luce, potrai tornare alle solite cose di tutti i giorni.

Giuseppe Marcon poeta

I temi ricorrenti rifuggono il naturalismo per presentarsi come simboli, emblemi dei diversi piani temporali che l’artista indaga nella loro essenza; significazioni di opinioni, non sottomesse ad alcuna ideologia, libere di manifestarsi come in lavoro italico (2009) o di annullarsi come in un giro di vite (2010) sempre comunque aderenti ad un vissuto sociale, stratificato, sensibile alle condizioni dei più come i manifestanti che protestano in Fratelli d’Italia (2012) o quelli che ascoltano il comizio in Croce su croce (2005).

Tutto sembra, comunque, assorbito dalla Macina del tempo (2009), implacabile ruota che allunga i suoi ingranaggi come artigli sui sacchi di grano, che nel dittico Percolato-pergolato (2012) sembrano riempirsi tanto di esseri umani, quanto di oggetti.

Damo è l’avatar con il quale l’artista dialoga, il suo riflesso indomito creato dalla varietà dei piani nel caleidoscopio del suo vissuto, non è immune dal dolore che pur vorrebbe chiudere nel passato, per voltare pagina, in Polvere nera(2016) che nessun vento riuscirà a spazzare via perché è ben serrata. Giù giù (2000) nel muro non può che esserci spleen, l’inquietudine dell’uomo contemporaneo senza più ali per volare; infatti, le grole (2013) cadono dal tetto abbattute dal greve cielo.

La visione del mondo di Marcon è pessimista in fiat lux e frater niger, entrambi del 2011, sembra che l’uomo non sappia reggere il pianeta e a causa dell’indifferenza umana la terra non potrà che implodere. L’ignavia e la cupidigia sono le belve che covano nell’animo umano, nel dittico le tavole del peggio (2016) sono evidenti gli effetti sulla natura devastata, distrattamente inquinata dal suo abitante principale. Dall’oggi al domani (2012) il pianeta può non avere più futuro, l’omino con l’esile forza della sua volontà non riuscirà a sopportare la croce del suo destino, per questo creerà il vuoto primordiale nel quale sarà risucchiato e ammorbato fuori e dentro (2013). Il futuro apocalittico di ghiaccio-Fuoco (2006) è il destino che l’uomo ha riservato alla natura bruciata senza motivo, ripiombata nella glaciazione.

L’ espressione dell’angoscia esistenziale de la fuga (2011) ha il necessario contraltare nel concetto romantico di individuo, perdutamente abbandonato nell’abisso tellurico delle viscere della terra di damo tell (2012) come nell’ universo colorato di una montagna di parole (2006). Il contrasto cromatico ritorna nel dittico uno-centomila (2010) dove la tavola dalle tonalità grigio-perla si affianca a quella dagli accesi cromatismi; qui la simbologia della figurazione si capovolge: il soggetto solitario nella campitura grigia sembra avere una via, una sorta di scala di Giobbe, mentre nel tripudio di colore le forme si annullano, spariscono risucchiate dallo sfondo della texture. Eppure l’uomo nei millenni rimane uguale a se stesso come i progenitori caino-abele (2013) sopraffatti dalla violenza gratuita o di classe come in pritaz-puvraz (2016).

Non manca l’ironia nel rappresentare la sua giornata scandita dalle lancette della sveglia puntata alle sette in è tardi (1972) oppure nell’autoritratto sindonane (2007) parodia della sacro telo che svela e rivela la forma di se stesso, infine quando equivoca sul duplice significato dei dittici sor-presa/palo-alto (2016) e di il tagliente tagliato-dai! damo (2012).

Talvolta si concede alla maniera e imita, ma lo fa con garbo, inserendo la rappresentazione nella cornice inusuale di un tronco d’albero oppure riducendola a miniatura ammantata di mistero, come la scena dei due alpini che leggono alla luce della lanterna, tra gli occhi curiosi degli abitanti del bosco in sotto la neve (2008) è allora che l’artista allenta il suo pessimismo e lo trasfigura nel singolare linguaggio simbolico, modulato dalle tonalità del suo eccellente cromatismo.

Prof.ssa Anna Maria Ronchin
Storica dell'arte
Vicenza, dicembre 2016

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Giovanni Tommaso Marcon
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